
Ci sono luoghi quasi impossibile da raccontare, spesso per mancanza di notizie ma talvolta perchè risulta davvero difficile comprimere in poche righe ciò che non basterebbe nemmeno molte pagine a contenere. Come Boboli, a Firenze. Come descriverlo? Uno dei più bei giardini d’Italia, anzi del mondo intero? Il più riuscito modelli di parco rinascimentale “all’italiana”, uno dei massimi esempio dell’arte del giardinaggio? Mai come in questo caso, ci si accorge che le parole non bastano a rendere l’idea di un luogo che è unico e irriproducibile.
Un paradiso verde e lussureggiante immerso in uno degli scorci più affascinanti che sia dato vedere. Quarantacinquemila metri quadrati stipati di ogni meraviglia fino all’inverosimile: statue, fontane, laghetti, colonne di granito, vasche di porfido, antichi obelischi egizi, terrecotte, grotte finemente decorate e con i loro giochi d’acqua, labirinti verdi, anfiteatri; e ancora edifici di ogni foggia ed epoca, marmi romani, rinascimentali e barocchi, stucchi, murature. Le ordinate geometrie del giardino all’italiana si fanno spazio a fatica fra i vasti prati, i viottoloni affiancati da file di antichi cipressi, fra i boschi di lecci, le siepi di bosso e i vialetti pergolati che sono essi stessi un’opera d’arte. E poi i colori delle rose antiche, delle camelie delle peonie, il verdeggiare delle piante acquatiche sotto le quali si rifugiano miriadi di pesci rossi. Mentre le serre accolgono il profumo di aranci, limoni, ananas, piante esotiche, essenze antiche e rare. Ed ovunque figure mitologiche ed allegoriche, cavalli alati, raffigurazione mostruose ed enigmatiche, putti, fauni, tritoni, animali di ogni genere, uomini e donne intenti ai loro lavori, alla caccia, al gioco, un’infinità di esseri che ti appaiono all’improvviso dietro ogni angolo, nel candore del marmo che risulta sullo sfondo verdissimo o nel più discreto colore della terracotta, e che paiono fissarti con un’espressione fra il divertito e lo sberleffo.
E poi musei, innumerevoli e ricchissimi, non solo quelli di Palazzo Pitti, con i suoi appartamenti nei quali risiedettero prima i Medici e poi i Granduchi di Toscana ed i re d’Italia. Ma anche quelli degli Argenti, delle Carrozze, delle Porcellane.

E poi, e poi... Impossibile, come dicevamo, anche solo tentare un elenco del numero straordinario di tesori di ogni genere racchiusi in quell’incredibile e splendido forziere che è Boboli. Un luogo che disorienta il visitatore, che si ritrova a non sapere da che parte iniziare la sua visita. Mentre i gatti, gli unici autentici abitanti dell’immenso giardino, paiono essere i soli in grado di muoversi con ostentata disinvoltura e tranquillità fra le siepi e i viottoli che si inerpicano per il pendio fra la macchia e che tu, povero viandante dotato di due sole zampe, percorri ansimando, senza sapere dove ti possano condurre. E ti viene quasi naturale invidiare la tranquillità di quei felini che ti guardano sornioni, fingendo di sonnecchiare fra i grandi vasi di spinose agavi.
Il grande fascino di questo immenso giardino sta anche in questo, nel mistero che ti pare circondare di continuo. Fino a darti quasi l'impressione di trovarti all'interno di un grande gioco del quale non hai il controllo e di cui non possiedi la chiave. Allora capisci che l'unica possibilità che ti rimane è quella di riporre la guida nella borsa e lasciarti andare, smarrirti nella magia senza meta alcuna che non sia l'istinto del momento. Come i gatti che ti osservano muovendo distrattamente le loro code. E vedere nelle presenze che ti appaiono ad ogni angolo, spesso inaspettate, i tuoi compagni di un viaggio fantastico. Non importa se si tratta di un Ippogrifo o di un Alessandro Magno che esce dall'acqua in groppa al suo cavallo. Un gioco fantastico che dura ormai da diversi secoli e che ebbe origine, poco più in basso, in quell'edificio che, a dispetto del nome, non venne praticamente mai utilizzato dalla famiglia dei Pitti.
Siamo nel Quattrocento, un periodo fantastico per Firenze, quando nelle sue chiese, nei suoi palazzi e nelle sue botteghe nasce quel movimento destinato a cambiare il volto del mondo e noto come Rinascimento. Il secolo in cui qui si danno appuntamento i geni di Raffaello, Brunelleschi, Donatello, Michelangelo, Leonardo, Masaccio, solo per citarne alcuni. Ma anche un periodo nel quale le più importanti casate della città sono impegnate in una lotta senza esclusioni di colpi per il controllo della città. Luca Pitti, ad esempio, era nemico giurato della rivale famiglia dei Medici capitanati da Cosimo il Vecchio. I Medici avevano fatto costruire, a pochi passi da San Lorenzo, un palazzo sontuoso utilizzando addirittura l'opera di un architetto come Michelozzo? Ebbene, lui ne avrebbe fatto edificare un altro talmente grande che le finestre sarebbero state in grado di contenere le porte dell'abitazione di Cosimo. E si rivolse nientedimeno che a Filippo Brunelleschi che, proprio in quegli anni stava edificando l'immensa ed arditissima cupola ogivale del Duomo. Il quale, tuttavia, appena terminato il progetto ebbe l'ingrata idea di morire. Il Pitti, nonostante l'affronto subito, non si dette per vinto e affidò la realizzazione del progetto ad un altro architetto, Luca Fancelli, che iniziò i lavori nel 1457. Ma il destino non doveva essere sicuramente favorevole a Luca Pitti che, anche per il pesante impegno finanziario necessario alla costruzione del palazzo, rimase ad un certo punto senza risorse e dovette interrompere la sua costruzione nel 1470. Per poi, a sua volta, passare a miglior vita. E rigirarsi sicuramente nella tomba quando i suoi eredi, nel 1549 decisero di disfarsi dello scomodo palazzo, per giunta incompiuto, vendendolo ai nemici di un tempo, i Medici, per il tramite di Eleonora Alvarez di Toledo, moglie di Cosimo I, granduca di Toscana.

I lavori furono immediatamente ripresi da Bartolomeo Ammannati, il quale realizzò anche il monumentale cortile. Ultimato, per buona parte, il grande palazzo con le superfici in bugnato, si affacciò subito l'idea di realizzare un grande giardino che occupasse lo spazio posteriore. Venne avanzato il nome del Tribolo (soprannome con il quale era noto Niccolò Pericoli) che aveva acquisito una notevole esperienza in merito avendo già lavorato ai giardini di altre ville medicee, il quale non perse tempo nel mettersi al lavoro. Ma dopo un solo anno, dopo aver impostato il progetto del parco, morì, all'età di cinquant'anni. Realizzare un giardino di queste dimensioni era senz'altro un impegno lungo e gravoso. Al Tribolo si succedettero l'Ammannati stesso, nel 1583 il Buontalenti e poi, agli inizi del Seicento, Alfonso Parigi il Giovane.
Il monumentale giardino doveva essere comunque sostanzialmente pronto nel 1608 quando il grande anfiteatro dietro palazzo Pitti fece da scenografia alle splendide nozze di Cosimo II con Maria Maddalena d'Austria. Da allora, fra le aiuole e i viali di Boboli è passata una parte molto importante della storia d'Italia e dell'aristocrazia europea. In particolar modo negli anni fra il 1865 ed il 1871, quando Firenze divenne capitale d'Italia e palazzo Pitti fu la residenza di re Vittorio Emanuele II, il quale poi, quando la capitale venne trasferita a Roma, decise di donare il bellissimo palazzo ed il giardino allo stato ed al popolo italiano.
In realtà, i lavori di ampliamento e le modifiche non erano mai cessati nel corso degli anni. Nel 1630 venne realizzato il grande viottolone dei cipressi e il grande anfiteatro venne trasformato nella struttura in muratura decorata da statue che ancora oggi si vede. Nel secolo successivo, il granduca Pietro Leopoldo fece edificare la Limonaia, la palazzina della Meridiana e l'elegante edificio del Kaffeehaus, in ossequio alle mode dell'epoca, per la degustazione del caffé all'aperto. Nell'Ottocento si realizzò il viale di accesso per le carrozze, sacrificando però parte dei labirinti rinascimentali.
Ancora oggi il giardino appare orientato secondo due assi che illustrano le varie fasi della sua costruzione. Vi è un asse cinquecentesco che, partendo dal cortile dell'Ammannati con la sua grotta del Mosè sormontata dalla seicentesca fontana del Carciofo, sale su, ripidamente, attraversando l'Anfiteatro, fino alla Vasca del Forcone per giungere ai piedi della colossale statua dell'Abbondanza realizzata dal Giambologna per celebrare le glorie dei Medici. Dietro la quale, infine, una doppia scala conduce ai bastioni michelangioleschi sui quali si apre il piccolo ma bellissimo giardino del Cavaliere con i suoi roseti.

Un altro asse è quello rappresentato dal viottolone dei Cipressi che attraversa in tutta la sua lunghezza la parte seicentesca del parco, fino alla vasca dell'Isola, che al suo interno ospita addirittura un giardino di limoni e rose, e la fontana dell'Oceano, opera del Giambologna. Poco oltre, si apre il prato delle Colonne cui segue la porta di accesso su Porta Romana. Giunti a questo punto, esausti dalla fatica e frastornati dalla quantità incredibile di meraviglie appena viste, potremmo concludere di avere ormai terminato il nostro giro. Ma a Boboli, luogo di meraviglie, le sorprese non finiscono mai. Basta scendere lungo il vialone che costeggia palazzo Pitti verso l'uscita laterale che conduce alla grande piazza che porta lo stesso nome, mentre davanti agli occhi ti scorrono davanti, come in un film, le sagome di Palazzo Vecchio, del Duomo con il suo Campanile, della Badia, del Bargello, mentre più in su incombe la sagoma di Forte Belvedere che ha ormai occupato lo spazio delle mura trecentesche. Dopo il profilo più scontato delle statue romane seminascoste fra le alte siepi ti viene incontro, improvvisa e sorridente la sagoma insolita e bizzarra di un nano che cavalca una tartaruga. Si tratta della statua nota come “Bacchino”, ma in realtà il dio del vino e dell'ebbrezza non centra davvero nulla. La figura rappresentata è, invece, quella di Pietro o Dino Barbino, giullare di Cosimo I de' Medici, che il suo padrone, sinceramente addolorato per la sua morte, volle così ricordare.
E solo pochi passi più in là, celato dietro una fila di alberi, ecco apparire quella che è la vera perla di Boboli, nonché uno dei siti più affascinanti di tutta Firenze, la Grotta Grande, un luogo che doveva destare meraviglia nei visitatori di casa Medici. Realizzata nel Cinquecento dal Vasari e, in particolar modo dal Buontalenti, la grotta è composta di tre vani dalle superfici completamente ricoperte di stucchi, spugne, mosaici, conchiglie e con statue mitologiche, diverse delle quali realizzate da Michelangelo (che, trasportate in altri musei per motivi conservativi, sono qui in copia). I giochi d'acqua, la penombra, alimentano il senso di mistero. Un mistero che ti aspetta fuori, nell'immensità del parco, fra i viottoli ombreggiati dai cipressi, fra le fontane, le statue di marmo e i grandi vasi di terracotta. Fra i quali sonnecchiano tranquillamente i gatti di Boboli con i loro mille segreti.
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