I mille misteri di San Galgano a Montesiepi

Una spada conficcata nella roccia che sbuca dal pavimento di un edificio romanico. Una Vergine con tre mani e, di fronte, un’Annunciazione quasi “eretica”. Due braccia mummificate provenienti dal sec. XII. Un’immensa cattedrale scoperchiata e che si erge maestosa in mezzo al nulla. Un santo enigmatico e quasi sconosciuto ma che, malgrado ciò, vanta una delle canonizzazioni più veloci di tutta la pur millenaria storia della Chiesa.

I mille misteri di San Galgano a Montesiepi, la spada nella roccia, una cattedrale gotica scoperchiata, una strana figura di santo

Uno, cento, mille misteri che si sovrappongono, si accavallano qui, a San Galgano, nella verde desolazione di questo magico angolo di Toscana. Davvero qui, nella val di Merse, a sud di Siena, si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di una porta che si spalanca su un altro mondo, sul mistero ultimo e definitivo. La stessa aria che qui si respira non ha eguali e richiama, semmai, luoghi dal sapore esotico come Stonehenge o le piramidi d’Egitto. Oppure Mont Saint-Michel, sulla Manica, un nome che rimanda alla terribile figura guerriera dell’Arcangelo Michele cui erano dedicati imponenti santuari medievali, come quello sul massiccio del Gargano, in Puglia, o la “Sacra” in val di Susa, in Piemonte. Così come a lui erano intitolati gli edifici occidentali costruiti nel medioevo più buio a difesa delle grandi cattedrali romaniche e pre-romaniche d’Europa. Una figura davvero imponente, quindi, quella dell’Arcangelo Michele, legata a una misteriosa setta di cavalieri che ne portava il nome e cui apparteneva Galgano, nato nella vicina Chiusdino e giunto qui, sulla collina di Montesiepi, verso il 1180, per costruire, seppur quasi controvoglia, la rotonda che gli era stata mostrata in sogno.

Qui, Galgano si ritirerà con altri compagni per condurre vita eremitica. I testimoni riferiscono che egli dormiva sulla nuda terra, si vestiva con un misero mantello di lana e si cibava esclusivamente di erbe crude e di acqua. Il 22 dicembre di quell’anno, il santo conficcò la sua spada nella roccia per farne una croce, una scelta apprezzata da Dio che fece sì che non potesse più essere estratta. E’ una scelta di pace, il rifiuto della violenza che quell’oggetto rappresenta. Ma è anche un fatto sconvolgente per la mentalità dell’epoca, che mira le basi del potere. Un cavaliere che rifiuta di combattere con la sua spada è un uomo che rovescia i valori correnti.

Questo forse spiega la inusuale fretta con la quale si è voluto santificare questo personaggio, che morì il 30 novembre del 1181, nemmeno un anno dopo e che salì agli onori degli altari solo cinque anni più tardi. Quasi che la gerarchia avesse fretta a volere “normalizzare” il culto ad un personaggio che doveva godere di un grande seguito, nonostante non avesse condotto una vita particolarmente eclatante e non avesse fatto miracoli eccessivamente clamorosi. Gli atti del processo di canonizzazione, nel quale depose la madre di Galgano, Dionysia, insistono infatti soprattutto sul fatto che il cavaliere Galgano obbedisce con molta esitazione, parrebbe addirittura controvoglia, alla volontà del Signore. D’altronde, in un’epoca di eresie dilaganti e che minacciavano le basi stesse della società e della gerarchia ecclesiastica, come quella dei Catari, era meglio andare cauti. Anche il movimento di Galgano, l’uomo che invitava i fedeli a pregare davanti alla sua spada a forma di croce  per chiedere le guarigioni, senza l’intermediazione quindi del santo e della Chiesa, viene fatto così rientrare nell’ordine stabilito. Esattamente come accadrà pochi decenni dopo ai seguaci di un altro uomo scomodo, Francesco d’Assisi, anch’egli santificato in un tempo inspiegabilmente breve.

L’operazione riesce. Ed, in effetti, pochi anni dopo, gli ex compagni del santo saranno costretti ad andarsene, per lasciare il posto ai monaci cistercensi, alla cui regola non vogliono sottomettersi. Nel frattempo, la rotonda era stata completata e il piccolo edificio vedeva la visita di personaggi importanti che si recavano qui per rendere omaggio alla tomba di Galgano. Nel 1185 sarà il caso addirittura di un imperatore, Federico Barbarossa.

Nel 1218, l’edificio è diventato ormai troppo piccolo per la massa dei fedeli. Si decide allora di iniziare la costruzione del grande monastero cistercense poco più in basso. Il complesso, grazie anche alla protezione di papi ed imperatori, raggiunse in breve tempo una grande potenza e ricchezza. Scatenando gli appetiti soprattutto della vicina Siena contro la quale dovette duramente lottare nel sec. XVI, invocando l’aiuto del battagliero papa Giulio II che lanciò l’interdetto contro la città del Palio.

I mille misteri di San Galgano a Montesiepi, la spada nella roccia, una cattedrale gotica scoperchiata, una strana figura di santo

Allo splendore di un tempo, successe un lungo periodo di decadenza. L’immenso edificio gotico con il suo complesso monastico andò in rovina e divenne una cava di materiale da costruzione per gli abitanti del luogo. Si giunse a vendere le lastre di piombo che coprivano il tetto determinandone il crollo. Oggi, la grande cattedrale che si erge isolata, senza pavimentazione e copertura, ma solo con le sue possenti strutture murarie, promana un fascino incredibile, un’impressione palpabile di magia e mistero.

Una triste vicenda che ricorda quella del corpo di Galgano. La sua testa venne ritrovata prodigiosamente intatta e perciò oggetto di venerazione e conservata all’interno di un prezioso reliquiario trecentesco. Eppure, con il tempo, il santo venne quasi dimenticato, mentre i cistercensi ne fecero addirittura un religioso del loro ordine. La sua testa finì a Siena, della quale era pur sempre un protettore, per terminare poi, con il tempo in una piccola chiesa di periferia nota con il significativo nome di “chiesa del Santuccio”. Davvero una fine poco dignitosa fine per un santo un tempo così celebre.

Nel 1977, la “sacra testa” è tornata, per così dire, “a casa”. Attualmente, ridotta al solo cranio ed alla capigliatura, si trova nella chiesa parrocchiale di Chiusdino, dedicata all’Arcangelo Michele. Del resto del corpo, finite in un altro reliquiario, si sono perse, invece, le tracce.

Resta, invece, il grande fascino della piccola rotonda romanica che svetta sul basso rilievo del Monte Siepi. Un ambiente spoglio, a fasce bianche e rossastre, cui si accede tramite un piccolo atrio di pochi decenni successivo. Al centro, anzi poco più in là, dal pavimento in pietra spicca la spada di Galgano conficcata nella roccia. I soliti turisti, magari con figli al seguito, a questo punto esclamerebbero lo scontato: “Hai visto? La spada di re Artù!”. Convinti forse di trovarsi davanti ad uno dei cartoni animati di Disney. Eppure, qualcosa non torna. E non solo perchè, alla fine, mancano le bibite ed i popcorn. O gli spot pubblicitari.

L’ambiente è invece essenziale, quasi disarmante, con quei cerchi concentrici dal simbolico numero di dodici che sono l’unica decorazione dell’interno. Dodici: il numero della divinità che si diffonde nel mondo; il tre richiama la Trinità; quattro sono gli angoli del mondo, i lati della Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, gli Evangelisti, e così via. Numeri e geometrie, una conoscenza che abbiamo ormai perso, ma che gli uomini del Medioevo comprendevano immediatamente. E poi la rotonda, il cerchio, simbolo di Dio e dell’eternità, le finestre dai significati astronomici.

Basterebbe questo per disorientare un visitatore appena un po’ attento. Ma poi, un personaggio che infila la spada nella roccia come rifiuto della violenza è un re Artù alla rovescia. Anche se il nome Galgano può effettivamente ricordare quello di Galvano, uno dei cavalieri della Tavola rotonda. Una semplice coincidenza? Eppure Chretiens de Troyes, il grande scrittore francese, cui si deve la creazione del mito del Graal, morirà nel 1191 e la parte più importante della sua opera come, appunto, il “Perceval ou le conte du Graal”, viene scritta soltanto dopo la scomparsa di Galgano. Che rapporto vi era fra loro due, se rapporto vi può essere stato? Un altro, ennesimo, mistero, che echeggia fra queste pietre spoglie. Davvero se vi è un posto degno di accogliere il calice del sangue di Cristo (o tutte le altre forme che il Graal può rivestire), questo è San Galgano sul Montesiepi. Un luogo che forse era dedito a qualche culto ben prima della venuta del santo, stando ad alcune tracce che emergono dal processo di canonizzazione. Perchè, infatti, Galgano si reca proprio su questa altura che gli appare in sogno e che, secondo quanto affermato da sua madre “E’ irraggiungibile. Come possiamo arrivarci?” E per giunta condotto controvoglia da un cavallo imbizzarrito e da un ordine dell’Arcangelo Michele. Che dire poi della ridicola spiegazione fornita sempre da sua madre, secondo la quale Galgano conficcò la spada nella roccia per pregare perchè non era riuscito a costruire una croce di legno. Possibile che un cavaliere nel pieno delle sue forze giovanili non fosse in grado di tagliare due rami nel bosco per farne una croce? Tutto ciò è strano, così come lo è la vicenda di Galgano e di questo luogo. E l’enigma si complica.

Attraversiamo, allora, una porta che si apre a sinistra ed entriamo nella cappella rettangolare aggiunta nel 1340 circa. Un tempo, il ciclo di affreschi attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti, doveva ricoprire tutte le pareti dell’ambiente. Purtroppo soltanto quaranta anni fa si è proceduto ad un restauro dei pochi frammenti sopravvissuti ai guasti del tempo. Ma quello che rimane ha degli aspetti davvero sorprendenti. La finestra è circondata da una delicata Annunciazione, nella quale la Vergine, con le mani incrociate sul petto, pare quasi inchinarsi con reverenza all’Arcangelo Gabriele inviato da Dio. Ma la sinopia (il disegno preparatorio) che è stato ritrovato sotto quel dipinto e che è stato collocato nella parete destra della cappella, dimostra che il Lorenzetti aveva concepito all’inizio uno schema ben diverso. La Vergine vi appare qui spaventata, quasi gettata a terra dall’improvvisa apparizione dell’Arcangelo. Si tratta di una rappresentazione estremamente rara nella storia dell’arte. Perchè il celebre pittore aveva scelto un soggetto così drammatico e inusuale e perchè non lo ha poi realizzato?

Ma le stranezze non finiscono qui. Su un’altra parete si trova una grande “Maestà”, un tipico soggetto dell’epoca con la Madonna in trono circondata dai santi e dalla corte celeste. Ma, ad una prima osservazione, si nota che la Vergine con una mano regge lo scettro e con altre due regge il Bambino. In definitiva, Maria possiede tre mani. In realtà, in origine, il Lorenzetti aveva dipinto la Madonna senza Bambino e successivamente, forse perchè ritenuto sconveniente, esso è stato aggiunto, assieme alla mano che lo sorreggeva. Lo scettro è stato invece nascosto fra le pieghe del mantello e soltanto un recente restauro lo ha fatto riapparire. Anche la corona che cingeva la testa venne fatta sparire sotto il velo. Anche in questo caso, viene da chiedersi il motivo per cui un artista affermato come il Lorenzetti abbia voluto rappresentare uno schema non comune per poi ritornare sui suoi passi.

I mille misteri di San Galgano a Montesiepi, la spada nella roccia, una cattedrale gotica scoperchiata, una strana figura di santo

Che dire poi degli strani riferimenti mitologici, addirittura pagani, nelle altre figure del dipinto, a partire da quella di Eva, che giace ai piedi del trono, con quei simboli che richiamano la fecondità come il vello dell’ariete, il fico, il serpente?No, dobbiamo ammetterlo. Nemmeno gli standardizzati dipinti trecenteschi, qui, a San Galgano, riescono a trovare una sistemazione tranquillizzante.

Secondo la tradizione, un giorno quando Galgano dovette assentarsi da Montesiepi per raggiungere il papa. Durante la sua assenza, un gruppo di tre balordi si avventò contro la spada e la mandarono in frantumi. Per fortuna, grazie all’intervento divino, il santo riuscì a ricomporre l’arma. I malfattori non ebbero invece la possibilità di gloriarsi del loro gesto. Uno di loro finì fulminato, un’altro annegato; al terzo, quello che aveva spezzato la spada, un lupo staccò entrambe  le braccia. Una leggenda senz’altro. Ma nella cappella, in un teca, sono esposte proprio due braccia che si vuole siano quelle del sacrilego distruttore. Pochissimi anni fa esse sono state datate scientificamente: risalirebbero proprio agli anni di Galgano!

La spada che spunta dal pavimento della rotonda è davvero quella originale? Recentissime analisi metallografiche non hanno sciolto completamente il dubbio. La composizione del materiale è, comunque, perfettamente compatibile con la sua origine medievale.

Il dubbio, il mistero rimane. E si raccoglie attorno a questa strano simbolo di guerra diventato oggetto di pace, conficcato nel cuore della roccia. In modo da puntare da un lato al cuore della terra. Dall’altro verso il cielo, attraversando i cerchi concentrici della cupola. Una spada che diventa così l’asse dell’universo, attorno al quale tutto pare ruotare, come fanno gli astri attorno alla stella polare. Dove, come ben sapevano gli uomini del medioevo, sta il trono di Dio.


Ci troviamo nel comune di:
Chiusdino (SI)