
Una nave che ti si para dinnanzi agli occhi, all’improvviso. Un oggetto che mai ti saresti aspettato di trovare proprio qui, in questo angolo di Toscana. Un vascello che sembra invece a suo agio, che naviga leggero, cullandosi fra le verdi onde di un mare dolcissimo e apparentemente senza fine.
Questa è l’impressione di chi si trova a riprendere fiato dopo essersi inerpicato sulle colline sopra Greve in Chianti e si ritrovi ad ammirare l’indimenticabile panorama che si apre ai suoi piedi, quello della Valdelsa più profonda. Tale appare, la prima volta, la Badia di Passignano: una nave d’altri tempi con gli alberi che assomigliano ad antiche torri in pietra, circondate, quasi assediate dal verde cupo degli altissimi cipressi. O forse ricorda piuttosto un’isola rigogliosa che spicca fra i flutti di un mare fatto di campi, di olivi, di vigneti, intervallato soltanto dal candore delle case coloniche e dei muri a secco, quasi fossero i relitti di uno splendido naufragio. Un’impressione strana,ma che disorienta, che affascina.

Eppure quello dell’isola è un paragone solo apparentemente azzardato. La Badia di Passignano, fu a tutti gli effetti un’isola di fede piazzata al centro di un territorio teatro per secoli di fatti sanguinosi e violenti, di aspre contese fra Firenze e Siena, da sempre nemiche irriducibili. Clamore di spade e rumori di battaglie che si possono ancora leggere sulle mura di quello che, in fin dei conti, fu ed è tuttora un monastero millenario, fatto di torri arcigne, merlature ordinate sopra mura possenti dalle quali ti aspetteresti far capolino un arciere piuttosto che il profilo barbuto e pacifico di un monaco. Lo stesso campanile, con il suo grande orologio che pare scandire un tempo lontano, ha la sommità merlata, mentre la chiesa è intitolata ad un arcangelo feroce e guerriero, quel San Michele la cui minacciosa figura pietrificata domina la semplice facciata. Tutto qui sembra parlare di guerra, di violenza. In un territorio, per giunta, come quello delle colline del Chianti, che, al contrario, ti accarezza il cuore con la sua dolcezza. Un contrasto che appare stridente, inspiegabile. Ma che non meraviglia affatto chi ben conosce la storia di queste terre.
Bisogna, però, fare un salto indietro, un balzo di quasi mille anni, fino a giungere al secolo XI. Allora Passignano, e il suo monastero, erano un crocevia della storia in un periodo nel quale l’Impero ed il Papato si affrontavano per il dominio del mondo cristiano. Erano tempi nei quali non vi era una netta divisione fra difesa della fede e lotta politica e militare e in cui, non si temeva lo scontro aperto nel nome dei propri ideali.
Inseriti in questo meccanismo, neanche i monaci benedettini, come avevano già fatto prima i profeti biblici, esitavano ad abbandonare i loro eremi sperduti sulle montagne per scendere nelle grandi città a predicare ed aizzare le popolazioni contro i loro vescovi, che all’epoca vivevano agiatamente ed erano regolarmente sposati, a ccusandoli apertamente di simonia e di indegnità. Non che vi fosse qualcosa di strano nel fatto che questi avessero una moglie o una concubina, circostanza fino ad allora abbastanza tollerata (Lo stesso Pietro non era forse sposato?). All’epoca, i vescovi erano spesso i veri signori di città come Firenze o Milano, possedevano propri eserciti ed appoggiavano volentieri l’imperatore contro il papato. Uomini di guerra e di potere, piuttosto che pastori di anime.

Eppure il popolo delle città, quella massa anonima di individui dalla quale nascerà di lì a poco la nuova realtà dei Comuni, dimostra sin da quel momento una nuova sensibilità, in ciò aiutato dalla propaganda dei monaci. I vescovi cominciano a venir accusati di simonia, ovvero di aver acquistato la loro carica mediante un esborso di denaro. Per indicare la loro condizione di religiosi sposati, si conia addirittura un termine, “nicolaismo”, nemmeno si trattasse di catalogare una vera e propria eresia. Uno stato di cose incoraggiato persino dal papato che vi vede uno strumento per realizzare i suoi fini.
A Firenze, i monaci giunsero addirittura a richiedere il giudizio di Dio contro il vescovo Pietro Mezzabarba, accusandolo dinnanzi al popolo di aver comprato la sua carica con un forte esborso di denaro. Fu così che la mattina del 13 febbraio 1068, un monaco, con la croce in mano e fra le preghiere dei fedeli, attraversò indenne le fiamme per provare le colpevolezza del vescovo.
L’artefice di questo movimento era Giovanni Gualberto, un nobile fiorentino che, dopo aver indossato l’abito di San Benedetto si era rifugiato nelle aspre solitudini boscose di Vallombrosa nelle montagne fra Firenze ed Arezzo, per condurre vita eremitica. Lì, verso il 1037, aveva fondato un monastero che sarebbe diventato un punto di riferimento fondamentale per la storia ecclesiastica di quegli anni. E che fu al centro di un movimento di riforma monastica, quello vallombrosano, che abbraccerà molti altri monasteri. Uno di questi, fra i più importanti in assoluto sarà, appunto, quello di Passignano che diventerà una delle residenze preferite di Giovanni Gualberto, uno dei punti nevralgici della sua crociata. Il complesso monastico era molto più antico, probabilmente risalente al sec VIII, ma la sua posizione strategica era molto importante.

Qui, nel 1058 Giovanni Gualberto incontrerà papa Leone IX. Sempre qui, nel luogo scelto per la sua sepoltura, il santo morirà nel 1073, pochissimo tempo dopo l’elezione al soglio pontificio di papa Gregorio VII, che, suo convinto ammiratore, raccoglierà la sua eredità di lotta per la riforma della Chiesa dando inizio al periodo di conflitti contro l’impero noto come "lotta per le investiture".
Di questi, eventi, di questo fragore di armi, in quest’angolo sonnacchioso di campagna toscana non rimane quasi traccia. Solo il nudo silenzio delle pietre che compongono le mura, i merli, le torri della Badia a Passignano. Pietre fra le quali si insinua il vento che scende dolcemente, come sempre, dalle colline portando con sè le fragranze, gli aromi di questa magica terra.
Una volta terminata la fase più acuta della lotta i monaci vennero fatti rientrare nei loro monasteri, invitati ad occuparsi nuovamente della loro vita fatta di
preghiera e di lavoro. Ora et labora.
Ciò nonostante, il complesso monastico di Passignano continuò ad avere una storia una storia tormentata, fatta di distruzioni e rifacimenti, fino a quando, con le
soppressioni napoleoniche i monaci superstiti vennero cacciati. Dopo il 1870, il complesso monastico venne adattato a villa, con il suo giardino e tanti rifacimenti "in
stile", come si usava al tempo. Dal 1986 i monaci vallombrosani sono tornati ad abitare l’antico monastero e a vegliare le spoglie del fondatore dell’ordine che riposa
in una cappella della chiesa, sotto la duecentesca statua di San Michele Arcangelo che uccide il drago. E fra autentici tesori, quali gli scranni in legno del coro decorati
con i versetti dei salmi 134 e 150 in greco ed in ebraico agli affreschi del Passignano (così detto perchè nato proprio nelle vicinanze), dell’Allori e di innumerevoli
altri artisti.

Anche gli edifici annessi alla chiesa, nonostante i cambiamenti, mantengono il loro aspetto quattrocentesco: il refettorio dei monaci con la splendida "Ultima cena" del Ghirlandaio e gli affreschi di Bernardo di Stefano Rosselli; il chiostro con l’arioso loggiato ; la sala del Capitolo, con le decorazioni a fresco; la cucina che mantiene la sua impronta medievale e con l’altissima cappa del camino che poggia su colonnine di pietra; il raffinato ingresso quattrocentesco.
Tutto, qui, rimanda ad una passata grandezza. Ma gli affreschi, gli archi rinascimentali, i dipinti, appartengono ad un’epoca successiva a quella eroica di Giovanni
Gualberto e dei suoi seguaci: a tempi cui questo era un luogo e di fede, nel mezzo di un mondo ostile e corrotto, di vescovi indegni e nobili prepotenti dai nomi ormai
sepolti sotto la polvere dei secoli.
Badia a Passignano, oggi è soprattutto un luogo di preghiera e di silenzio immerso nel verde della campagna toscana. Degli antichi rumori di guerra, delle vicende violente,
delle tensioni di un tempo non vi è più traccia. Restano solo i sussurri portati dal vento che scende lieve dall’alto delle colline. E che accarezza questa splendida
solitudine.
Ci troviamo nel comune di:
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