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Una foresta stupenda e lussureggiante come nessun’altra in tutta la penisola. Un paradiso verde che ha ispirato personaggi illustri come l’inglese Milton, il francesce Lamartine, l’italiano Ariosto. Una distesa di gradazioni di colore che variano continuamente con le stagioni fino a raggiungere il loro apice durante il periodo autunnale quando il verde intenso dei pini e degli abeti contrasta in maniera stridente con i gialli, gli arancioni, i vermigli delle foglie di infinite varietà delle altre verietà arboree. Un catalogo di specie che qui è di una vastita davvero sbalorditiva: abeti bianchi e rossi, pini, faggi, castagni, larici, cerri, addirittura sequoie che vantano ormai un secolo di vita. Senza dimenticare le specie rare ed esotiche conservate nei vari arboreti sperimentali, i cui nomi rimandano ai quattro angoli del pianeta, dall’America del Nord al Caucaso, al Giappone e che qui hanno trovato un habitat ottimale.
Vallombrosa è una specie di Eden posto dalle mani di un Dio più che mai generoso ed esuberante a mille metri d’altezza sulle pendici di una montagna a breve distanza da Firenze. Una foresta solcata da ruscelli che formano cascatelle rumorose, costeggiano candide cappelle perse nel verde, si intrufolano sotto ponticelli di pietra antica e che scendono giù baldanzosi in attesa di scorrere più in basso fra le distese degli olivi contorti e i filari dei cipressi inondati dal sole. Ma qui, nel fitto della millenaria foresta anche quel sole che altrove in Toscana la fa da padrone, fatica a farsi spazio fra le folte chiome degli alberi. Qui domina il silenzio, interrotto soltanto dai rapidi movimenti dei daini, dei caprioli, dei cinghiali, degli scoiattoli. Oppure dal cinguettio delle innumerevoli specie di uccelli che vi nidificano.

Un paradiso in terra, abbiamo detto, un luogo che non poteva essere tale se non per l’opera attenta e secolare dei monaci che curarono il bosco con pazienza infinita e vi introdussero molte delle specie arboree che ora costituiscono il vanto di questo angolo di Toscana.
Perché, come sempre accade in Toscana ed altrove, una foresta magnifica e curata ha sempre, inevitabilmente, al suo centro un monastero. Sarà perché nella contemplazione delle meraviglie della natura i monaci hanno sempre visto un modo per stimolare alla preghiera riconoscente verso il Creatore, sarà perché il bosco ha sempre rappresentato una cintura di silenzio attorno ad essi; fatto sta che i tratti di foresta attorno ai monasteri sono sempre stati i più rigogliosi e i più curati anche dal punto di vista economico, sempre con grande saggezza ed equilibrio. Per i benedettini questo era il luogo deputato al lavoro e alla preghiera, "Ora et labora" come recitava la Regola del fondatore.
Ma Vallombrosa non è soltanto il luogo dove sorge un antico monastero, al centro di uno degli angoli più meravigliosi che sia dato vedere. Forse al visitatore che giunge fin quassù, provando la sua pazienza su un percorso che si attorciglia in infinite curve in salita per trovare la calma di un luogo apparentemente fuori dal mondo, può apparire strano. Eppure questo luogo isolatissimo, soprattutto nei periodi invernali quando si copre di neve, fu per lungo tempo al centro delle vicende europee, un luogo ambito e visitato da papi, re ed imperatori. Oppure dai loro rappresentanti e, talvolta, anche dai loro minacciosi eserciti. Tempi in cui Vallombrosa era il fulcro di una vasta congregazione capace di far tremare gli uomini potenti dell’epoca. E da cui scaturirà un sostegno fondamentale a quel vasto movimento di riforma della Chiesa e della società fatto proprio da papi come Gregorio VII e che determinerà la spaccatura delle società del tempo, a quel cinquantennio di lotte fra XI e XII secolo che contrapporrà il Papato e l’Impero con effetti laceranti su tutta la Cristianità.

Oggi, passeggando in queste foreste silenziose, dove spesso l’unico rumore che ti giunge è quello del vento che scompagina le foglie, il canto di una cascata o il guizzare rapidissimo dei pesci nella grande vasca che fronteggia l’abbazia, di tutto questo non ne abbiamo la percezione, quasi fosse rimasto molto in basso, fra gli affanni di ogni giorno che pervade la frenetica attività della Valle dell’Arno in vista, ormai, di Firenze. Forse l’eco di queste storie è custodita nelle pietre antiche che costituiscono il monastero e le tante cappelle disperse nel verde. Forse in quella arcigna torre quattrocentesca accanto al monastero che incute ancora timore.
Facciamo, allora un passo indietro nel tempo fino a giungere agli anni immediatamente successivi al fatidico Mille che, almeno secondo alcuni, avrebbe dovuto rappresentare la fine di questo ordine di cose. Che i contemporanei ci credessero o meno (circostanza sulla quale ancora oggi si discute animatamente), fatto sta che allora cominciarono a spuntare un po’ ovunque, ma soprattutto su queste montagne, personaggi che, come gli antichi eremiti dei deserti egiziani, fuggivano dal mondo per condurre, in assoluta solitudine, una vita di rinunce e di preghiera. E che diventavano spesso i punti di riferimento delle popolazioni delle antiche città che allora stavano rinascendo, popolazioni che acquisivano una nuova coscienza iniziando a contestare la vita corrotta dei loro vescovi e della Chiesa. Sono i primi segnali di un movimento che non può, per il momento, che rimanere confinato nella sfera religiosa, ma che mette le basi per quella consapevolezza che porterà di lì a poco al nascita dei Comuni e all’incrinarsi del mondo feudale.
Proprio verso il Mille, a Firenze nasce Giovanni Gualberto. Un personaggio che la tradizione vuole, come sempre, di nobile famiglia. Un uomo dal carattere irrequieto ma animato da sincero spirito religioso che decide, nonostante il parere contrario della famiglia, di entrare nel monastero benedettino di San Miniato al Monte da poco fondato. Era il luogo che custodiva le spoglie di San Miniato, l’unico martire di Firenze, ma soprattutto costituiva una sistemazione di prestigio, il "top", diremmo oggi, nella vita religiosa della città e non solo. Ma qualcosa accade, non sappiamo cosa. Forse la scoperta del fatto che la nomina dell’abate era avvenuta mediante pagamento di denaro, forse la disciplina non abbastanza aderente ai dettati della Regola di San Benedetto. Fatto sta che, fra il 1035 ed il 1037, un gruppo di frati, fra i quali Gualberto, decide di abbandonare il monastero alla ricerca di un luogo più adatto ai loro scopi, un posto dove poter condurre in piena libertà la loro vita di preghiera. La loro scelta cadde su una località completamente isolata sulle pendici del Pratomagno coperte da foreste, Vallombrosa, "valle piovosa" se vogliamo tradurre con maggiore correttezza dal latino.

In realtà Giovanni Gualberto vi giunge in un secondo momento, dopo aver trascorso un periodo di tempo nella vicina Camaldoli, in Casentino, nell’eremo voluto da Romualdo, uno dei padri del monachesimo medievale. Sarà un’esperienza fondamentale.
I monaci lavorano molto attivamente, costruendo le prime capanne che probabilmente erano di legno e la prima chiesa, dedicata a Santa Maria, il cuore del futuro monastero in pietra. Qui possono finalmente applicare la Regola benedettina nel senso più letterale, senza compromessi. Qui possono vivere lo spirito dei primi tempi del monachesimo, quello dei Padri del deserto.
Ma è destino che Giovanni Gualberto e i suoi compagni che nel frattempo erano cresciuti di numero non potessero godere della tranquillità del loro rifugio. Altri monasteri vogliono aderire al loro progetto. Ma nelle città cresce il fermento, complice anche il papato che cerca finalmente di migliorare i costumi della Chiesa e di aumentare il suo controllo, finora spesso inesistente, sui vescovi. Si comincia a parlare della simonia come di un peccato grave. Si condannano gli eccessi del clero, la loro vita dissoluta. Si conia addirittura un termine, "nicolaismo", per designare il matrimonio del clero, finora tollerato e diffuso, quasi si trattasse di una vera e propria eresia. A Milano, un vero e proprio movimento popolare, la Pataria, si scaglia contro il vescovo e i cittadini, che rifiutano ormai ogni sacramento dalle mani del vescovo locale considerato indegno e corrotto si rivolgono ai Vallombrosani per poter ricevere monaci e sacerdoti sicuramente timorati da Dio cui affidare la guida della loro vita spirituale.
Anche Firenze, come tante altre città, era retta dal suo vescovo. Che però era già stato oggetto delle invettive di Teuzzo, già a suo tempo guida spirituale di Giovanni Gualberto, il quale, tranquillamente ammogliato, permetteva che la sua consorte rispondesse in sua vece in questioni ecclesiastiche. Per giunta, il padre del vescovo aveva ammesso incautamente di aver comprato a caro prezzo la carica del figlio. Non è qui la sede per esaminarne i dettagli, ma fra i monaci vallombrosani e il vescovo, si aperse una lotta durissima che durò per anni, senza esclusione di colpi, fino a all’incredibile prova del fuoco dell’inverno del 1068 dinnanzi al monastero di San Salvatore a Settimo. In quella sede, il giudizio di Dio venne invocato per provare le accuse contro il vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba. Fu un altro Pietro, un monaco vallombrosano poi chiamato Igneo, che con la croce in mano attraversò un tappeto di carboni ardenti uscendone indenne. Per il popolo che in massa era presente, la sentenza fu di una chiarezza estrema ed il vescovo, abbandonato da tutti, dovette darsela a gambe.

Altri tempi, un’altra mentalità forse, ma che era stata fatta propria dalla Chiesa di Roma, soprattutto da Gregorio VII che, pur venendo eletto poco dopo la morte di Giovanni Gualberto, avvenuta nel 1073, fu sempre un suo grande ammiratore e sostenitore. E che fu anche lui impegnato con lo stesso spirito da crociata contro quelli che considerava i nemici della Chiesa, ovvero l’imperatore e i vescovi da lui eletti. Non a caso Giovanni Gualberto viene sempre rappresentato con il bastone del comando e, soprattutto, con la croce di Cristo che brandisce quasi fosse una spada puntata contro i simoniaci.
Nulla di tutto questo, lo ripetiamo, appare a chi visita oggi il complesso monastico di Vallombrosa o passeggia nell’incredibile foresta che lo circonda. L’architettura dell’abbazia ostenta la sua elegante e candida facciata seicentesca sulle quali spicca il grigio delle finestre in pietra serena, il risultato più visibile dei rifacimenti che nei secoli ne hanno più volte modificato l’aspetto.
L’attraversiamo per raggiungere, oltre un piccolo chiostro la chiesa, il cuore del monastero. L’interno è ricco di decorazioni settecentesche che talvolta portano i segni dell’inclemenza del clima di questo luogo. In fondo vi è il raffinato coro ligneo quattrocentesco, ai lati si aprono cappelle ricolme di stucchi e di reliquie preziose. Alle pareti, sopra gli altari, dipinti di varie epoche. Nella sacrestia una terracotta di Luca della Robbia e una tavola di Raffaellino del Garbo, allievo del Ghirlandaio.
Eppure, fra tanto splendore, qualche traccia del primo insediamento rimane, come le piccole cappelle sulla sinistra, accanto all’ingresso con le loro pietre romaniche. Oppure il campanile, duecentesco. Pochi resti, ma il segno di un passato che riappare a chi lo sappia cercare.
Su tutto, ormai, regna una penombra discreta e carica di secoli. Le nere figure dei pochi monaci, che qui sono ritornati dal 1949, appaiono con quella discrezione che è una loro caratteristica. Qui domina il silenzio tanto ricercato ormai quindici secoli fa, da San Benedetto su altre montagne. Così nel raccolto chiostro della Meridiana, come nello splendido refettorio, nella cucina con il suo grande focolare a cappa piramidale, nell’aula capitolare, nella biblioteca. Silenzio, preghiera e lavoro, "Ora et labora".
Il giro del monastero non può non concludersi che con una visita ai locali della farmacia dove i monaci vendono il prodotto del loro lavoro, e al museo d’arte sacra dove sono raccolti molti dei capolavori custoditi nell’abazia.

Una volta usciti potremmo decidere di salire al Paradisino, l’antico eremo dei vallombrosani, cui si arriva tramite una salita intervallata di cappelle. Oppure scegliere uno dei tanti sentieri che, come un labirinto, abbracciano il bosco, magari alla volta del Faggio santo, del Masso del Diavolo, della Cappella di San Giovanni Gualberto, oppure..., oppure....
Ma il dubbio rimane. Cosa fu, davvero Vallombrosa, questo monastero perso su questa montagna? Un luogo di preghiera e di santificazione, nel quale rinacque lo spirito autentico del messaggio di San Benedetto? Uno dei capisaldi della politica di riforma della Chiesa? Uno dei centri di formazione di quella politica ecclesiastica che diventerà sempre più aggressiva ed esclusiva e che dopo la lotta per le investiture porterà alle crociate, alle guerre contro gli eretici, ai roghi delle streghe e degli ebrei?
Difficile rispondere. Forse Vallombrosa fu tutto questo assieme. Ma l’alta torre merlata, l’unica sopravvissuta delle quattro che rendevano il complesso simile ad un castello, si staglia ancora minaccioso contro il fondale verdissimo degli abeti. Silenziosa, come i monaci neri, con il suo pesante carico di interrogativi irrisolti.

10' - Cottura: 30'
Rosolate l'aglio e la salvia nell'olio, aggiungete i pomodori e cuocete per
15'. Unite i fagioli lessati insieme a un po' della loro acqua di cottura,
aggiustate il sale e il pepe e fate sobbollire per altri 15'.p>
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