
Siamo a Firenze, in un’area periferica dove i palazzi otto-novecenteschi iniziano a cedere il passo al verde delle prime colline, quelle più nobili, disseminate di eleganti ville che sonnecchiano immerse nei loro parchi. Qui, a Montughi, si trova Villa Stibbert, un edificio che appartenne in antico alla storica famiglia dei Davanzati e che, rifatta in tempi più recenti, ostenta il suo falso, ma dignitoso, stile gotico.
Un'area verdeggiante e tranquilla, quindi. Ma se solo ci avventuriamo nelle sale della villa, nei corridoi, nei ballatoi, ci assale una strana impressione, quasi ci trovassimo immersi all’interno di una favola sin troppo nota, un racconto del quale avevamo perso le tracce da bambini. Che ci fanno lì tutti quei guerrieri con le loro scintillanti armature in groppa ai loro cavalli, preceduti da lanzichenecchi e fanti arabi? Tutti fermi, assolutamente immobili sotto le volte affrescate. E quegli uomini armati nelle nicchie ricavate nelle pareti, anch’essi parimenti ricoperti di scintillante metallo, a vegliare su quella inquietante Sala della Cavalcata? Addirittura un drago, là sul fondo, in alto, schiacciato dalle zampe di un destriero montato da un cavaliere che alza vittorioso al cielo la sua lunga lancia. Tutto appare innaturale, sospeso, bloccato. Il tempo pare essersi fermato per opera di qualche magia. Quasi che in una sala attigua, una bella castellana stesse aspettando, immersa nel suo lunghissimo sonno, il bacio di un principe, l’unico gesto in grado di spezzare l’incantesimo. Davvero, per un momento puoi credere che quei cavalieri possano svegliarsi da un momento all’altro, che lì, sulla collina di Montughi, nella periferia di Firenze, si possa concretizzare il contenuto di una fiaba.

Eppure c’è qualcosa che stona, un che di inquietante che si concretizza appena si cambia sala e scenario. Che ci fanno qui, infatti, in questo fantastico racconto, quei guerrieri giapponesi ed orientali, con le loro armature da samurai, con quelle armi terribili e dalla foggia strana, con quei pugnali abnormi, quegli archi amplissimi e minacciosi impugnati da soldati che paiono squadrarti con gli occhi a mandorla dai quali pare promanare una compiaciuta malvagità. E scopri che questa fiaba ti fa paura, ti angoscia, ti spiazza.
Così come la quantità incredibile, eccessiva, di oggetti, circa cinquantamila, stipati nelle sessantaquattro sale del museo, fra stucchi e decorazioni “in stile” che spesso sanno un po' troppo di artificioso e stravagante.
Armi, innumerevoli armi, anzitutto: scimitarre, sciabole, spade corte e lunghe, pugnali, scudi, elmi, corazze, lance, fucili, pistole, addirittura armi greche e romane. Una collezione davvero incredibile e unica nel suo genere, per qualità e quantità di reperti. Una raccolta che ti fa raggelare il sangue.
Frutto della passione addirittura maniacale di Frederick Stibbert (1838-1906), nato a Firenze da padre inglese, Thomas Stibbert, e da madre toscana, Giulia Cafaggi. La sua era, e non poteva essere diversamente, una famiglia di militari, il padre colonnello, il nonno governatore del lontano Bengala. La passione per le armi dovette venirgli, quindi, per così dire, abbastanza naturale, così come l’amore per il viaggio ed il gusto per l’esotico.

Frederick fu anche un combattente nelle truppe di Garibaldi nella campagna del Trentino del 1866, ricavandone addirittura una medaglia al valore. Raggiunta la maggiore età entrò in possesso del grande patrimonio della famiglia che fece fruttare grazie al suo notevole fiuto per gli affari. Ma la sua esistenza fu ossessionata dalla sua collezione, “il mio museo” come amava definirla, che andò costituendo nella casa di famiglia a Montughi. Una raccolta che finì per diventare un’autentica fissazione e alla quale dedicò sforzi notevoli e molto, molto denaro. E che alla sua morte lasciò alla città di Firenze.
Ma Villa Stibbert non è solo un’immensa collezione d’armi. Frederick Stibbert fu un collezionista eclettico e un instancabile frequentatori degli antiquari di tutto il mondo. Nelle sale del museo troviamo, infatti, anche un’eccezionale collezione di dipinti. Molti soprattutto i ritratti, i dipinti fiamminghi. Ma innumerevoli anche i nomi che hanno fatto la storia della pittura: Luca Giordano, Botticelli, Crivelli, Bronzino, Luini, Mariotto di Nardo e tanti altri.

E poi le porcellane e le ceramiche, i costumi provenienti non solo dall’Europa ma anche dall’Oriente, arazzi, oggetti archeologici di varia natura, mummie egizie, mobili d’epoca, statue in marmo, bronzetti, argenterie, monili, costumi, uniformi. Addirittura l’abito verde usato da Napoleone per la sua incoronazione, un personaggio per il quale Frederick nutriva un’autentica venerazione e del quale raccolse altri cimeli.
Insomma, questo museo è un luogo incredibile, inaspettato, un insieme di oggetti, quanto mai eterogeneo e ridondante, un autentico bazar voluto dal geniale ed instancabile Stibbert nella sua amata residenza sulla collina di Montughi. Un luogo che affascina ma che disorienta per la sua varietà, che ci fa perdere ogni punto di riferimento.
E uscendo, magari credi di poterti rinfrancare nella pace dello splendido parco romantico, speri di poter riordinare le idee. Ma anche qui aleggia lo spirito inquieto e un po’ diabolico di Frederick. Te ne accorgi dalle strane presenze che fanno capolino fra i rami degli alberi e che intravedi dietro l’intrico dei viottoli, le statue di terracotta e i busti classicheggianti. Passino gli edifici della Limonaia neoclassica e della Scuderia; passino anche il Tempietto ellenistico a pianta centrale con la cupola rivestita di maioliche e le rovine di un cortile veneziano, gotico, con una vera di pozzo al centro. Ma che dire quando ti appare dinnanzi agli occhi la sagoma addirittura di un Tempio egizio dal quale scende una scalinata che finisce nelle acque del lago? Per giunta sotto gli occhi inquietanti ed enigmatici di due divinità in pietra che ti aspetteresti di trovare semmai sulle rive del Nilo. Ma non qui, non qui davvero, sulle dolci colline di Montughi, fra gli alti e severi cipressi, i lecci, i pini, gli ippocastani, i tigli.
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