
Una vicenda tragica e violenta, come tante altre in quel torbido Seicento. Il personaggio è lei, Veronica, andata in sposa, come si usava in quei tempi, tramite un matrimonio combinato, ad un certo Jacopo Salviati, rampollo di un prestigioso casato fiorentino molto vicino ai Medici e lui stesso consigliere di Ferdinando II, Granduca di Toscana. Un uomo di grande fascino, di modi affabili e che possedeva un sontuoso palazzo che ancor oggi esiste, seppur trasformato, nella centralissima via del Corso. Lei, invece, dama dal carattere superbo e orgoglioso, proveniva da una delle più potenti e temute famiglia della Toscana nord-occidentale, quella dei Cybo-Malaspina, signori della Lunigiana. Un noma capace ancora di far venire i brividi a chi lo sentiva rammentare.
Non sappiamo se la nuova sistemazione nella borghese Firenze, a lei che veniva dalle vallate disseminate di sinistri castelli, le risultasse particolarmente gradita. Di certo, non apprezzava il fatto che il suo consorte dimostrasse un debole per le donne. All’epoca molti matrimoni venivano celebrati solo per gli interessi delle rispettive famiglie. E le altre donne avrebbero considerato come normale il comportamento di un marito che si concedeva qualche scappatella, cercando semmai di trovarsi a loro volta un giovane amante.
Ma lei no, non poteva tollerarlo. Anche se, a quanto si racconta, non fosse affatto una gran bellezza e risultasse assai aspra anche nel carattere; e non le giovava sicuramente il fatto che fosse assai restia a concedere le sue grazie al giovane e focoso marito. No, lei non avrebbe mai accettato una rivale. Ciò nonostante, Jacopo Salviati, riuscì a far breccia, senza particolare fatica nel cuore della bionda e giovanissima Caterina Brogi, figlia di un tintore casentinese e andata in sposa ad un ricco settantenne fiorentino, per giunta estremamente brutto e maleodorante. Non si sa da quanto tempo durasse ormai la tresca. Ma la notizia, in qualche maniera, dovette arrivare alle attente orecchie di Veronica. Che non perse tempo per agire.
Nella chiesa di San Pier Maggiore, oggi scomparsa, durante la celebrazione della Messa, Veronica si accostò alla rivale, sussurandole poche parole che nessuno poté udire ma che furono sufficienti per sconvolgere la bella Caterina. Il Salviati, immediatamente informato della cosa, e temendo qualche gesto avventato da parte della propria consorte, mise due suoi fidati amici a guardia della casa dell'amante. Ma la diabolica e determinata Veronica aveva già fatto venire dalla natia Lunigiana due sicari pagati a peso d’oro e si era già accordata con i figliastri della rivale, ben lieti di sbarazzarsi dell’odiata matrigna.
Era la sera del Capodanno del 1634. I quattro non ebbero difficoltà a sbarazzarsi degli amici del Salviati che per salvarsi la vita cercarono vigliaccamente riparo in un attiguo bordello ed assistettero agli eventi dalla finestra. Con la complicità dei figliastri, i sicari entrarono nella casa e fecero letteralmente a pezzi Caterina e la sua giovane cameriera. I brandelli di carne delle due sciagurate vennero sparpagliati per la città, in parte finirono nelle fognature e in un pozzo. Soltanto la testa della giovane venne conservata.
A Firenze, vi era la tradizione che il primo giorno dell'anno nuovo, la mogli regalassero ai loro consorti un cesto contenente un regalo, come segno di buon augurio. Così si comportò anche Veronica che inviò una domestica al marito, con un cesto contenente una camicia ricamata. Non è difficile immaginare l’espressione inorridita e sgomenta del Salviati nello scoprire, sotto il candido indumento, la testa recisa dell’amante.
Il fatto suscitò scalpore ed a Firenze, per un bel pezzo, non si parlò d’altro. Il Granduca fece immediatamente arrestare e torturare i figliastri della vittima e il maggiore dei due, Bartolomeo, venne giustiziato. Un trattamento che a Veronica, figlia di un duca, venne risparmiato. Le autorità si limitarono ad esiliarla nella sua villa di San Cerbone, che ancor oggi, diventata ormai la sede dello Spedale Serristori, domina dall’alto le mura e le torri di Figline Valdarno. Una lapide murata nell’atrio che conduce all’elegante chiostro quattrocentesco, ricorda l’evento.

Non si sa per certo, invece, quale fosse l’atteggiamento del Salviati nei confronti della gelosissima moglie. C’è chi narra che, un po’ alla volta si riapacificasse con la consorte e tornasse a vivere con lei. Qualcuno aggiunge, invece, che, per timore di venire a sua volta assassinato, preferisse allontanarsi per un lungo periodo da Firenze. Di sicuro, nel suo esilio valdarnese, la ritrosa Veronica ebbe tempo e modo di riflettere sulle sue vicende e di trovare il conforto della fede. Tanto che, nonostante il suo orrendo delitto, divenne nota per la sua vita religiosa e pia. Al punto che, dopo la sua morte avvenuta all’età di 86 anni, la sua tomba ubicata nel Duomo di Massa, divenne frequentato luogo di preghiera.
Una vita davvero straordinaria e piena di contrasti, quella di Veronica Cybo, specchio fedele del suo tempo. Una vicenda che potremmo considerare conclusa, per quanto straordinaria. Ma, a quanto pare, non è così. Sono innumerevoli le persone, infatti, anche negli anni più recenti, che testimoniano della sua presenza nella villa di San Cerbone a Figline, fra quelle mura che la videro meditare sulla sua vita e forse convertirsi nel profondo dell’anima. Una presenza che però non inquieta e che parla volentieri con persone ignare che si trovano all’interno dell’ospedale. Si racconta così che uno strano personaggio “con un camicione lungo fino ai piedi” abbia rassicurato un padre circa la riuscita dell’operazione di suo figlio, o che abbia tirato per la giacca un medico. Capita, più semplicemente, può accadere che si percepisca chiaramente una strana presenza, magari una folata di vento improvvisa, qualche rumore, un profumo inconsueto. Ma chi l'ha vista o ha avuto occasione di parlarle (e sono parecchi), afferma sempre che si tratta di un’entità assolutamente benevola. Un personaggio, insomma, che è diventato quasi di casa all’interno del complesso ospedaliero.
E talvolta addirittura capace di farci sorridere, come quando un imbianchino allibito trovò le impronte delle sue scarpette sui muri appena imbiancati di una stanza che, giurava, aveva sicuramente chiuso a chiave.
Ci troviamo nel comune di:
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