Anno 146 avanti Cristo. Dopo due anni di assedio, l’esercito romano condotto da Publio Cornelio Scipione Emiliano, conquista Cartagine che, ridotta allo stremo e alla fame, si era ormai arresa. Nonostante le invocazioni di pietà, la sorte della gloriosa città, un tempo padrona del Mediterraneo era già decisa. Da diversi anni, nel Senato di Roma si ripeteva, come una cantilena, il minaccioso “Delenda Carthago”, “Cartagine deve essere distrutta”. Gli edifici della nemica di Roma vennero demoliti dalle fondamenta. Sulla terra passarono gli aratri e nei solchi si gettò il sale. Il luogo venne dichiarato per sempre maledetto e in eterno non vi si sarebbe più potuto costruire.

A questo punto il lettore, nonostante il fascino del racconto, si chiederà cosa abbia a che fare Cartagine, una città che sorgeva sulle coste dell’attuale Tunisia, per giunta nel secondo secolo avanti Cristo, con la Toscana. Eppure un collegamento c’è, dato che gli stessi tragici eventi si ripeterono, con un parallelo davvero sconcertante nelle dolci colline fra Firenze e Siena. E il nome della città scomparsa e maledetta, in questo caso, è Semifonte. Ma, a differenza di Cartagine, quasi nessuno più sa della sua scomparsa. Ma andiamo per gradi.
Furono gli Alberti, potenti conti legati all’Impero, a voler costruire non solo un castello, come già stavano facendo molti altri nobili feudatari, ma addirittura una città che potesse rivaleggiare sulle vicine Siena e Firenze, allora in rapida ascesa. Era il 1182 e il conte Alberto degli Alberti iniziò a costruire la sua città fortificata su un colle alto solo 150 metri ma che permetteva di controllare il territorio fra San Gimignano, Volterra, Certaldo e l’intera Valdelsa. Una minaccia, quindi, assieme agli altri castelli del territorio, come quello di Pogna, che appartenevano anch’essi agli Alberti e che costituivano una minaccia per i traffici fiorentini e senesi. Sul sommo della collina sorgeva una fonte, ora anch’essa inaridita, da cui il nome di Summofonte, trasformatosi nella lingua parlata in Semifonte. La collina si popolò in brevissimo tempo e divenne da subito uno dei capisaldi del potere imperiale contro le nuove realtà comunali.
Firenze, non perse tempo e stabilì alleanze con le altre città della Toscana per poter procedere alla guerra contro gli Alberti che venne combattuta anche in Mugello. Firenze, uscita vittoriosa dallo scontro, ottenne che tutto quanto era stato edificato a Semifonte venisse demolito. Sembrava che le vicende della città fossero finite. Invece, negli anni successivi, il potere dell’Imperatore che, nel 1194 era ritornato in Italia, e aveva nominato suo fratello Filippo, margravio della Tuscia, ovvero suo rappresentante in Toscana era tornato a farsi sentire anche da queste parti.
Forte della rinnovata protezione imperiale, Semifonte, divenne ancora più importante di prima, popolandosi degli abitanti di ventun parrocchie vicine, mentre diversi nobili del contado circostante vi facevano costruire le loro residenze, considerate più sicure, e ordini religiosi importanti vi edificavano i loro monasteri ed ospedali. Lo sviluppo fu talmente impetuoso che in pochissimi anni la cerchia muraria, lunga tre chilometri e con quattro grandi porte, non poteva più contenere le nuove costruzioni, ed un nuovo borgo, detto Mercatale era già sorto all’esterno.
Semifonte, posta sul percorso della via Francigena, attirava schiere di mercanti e lo staio di Semifonte era diventato già l’unità di misura dei cereali dei dintorni. Alla ricchezza della città contribuiva senz’altro il commercio dello zafferano ricavato dalle piante di crocus coltivate nei dintorni. Tanta era la sicurezza dei Semifontesi che essi sbeffeggiavano la potente vicina con il motto “Fiorenza fatti in là, che Semifonte si fa città”
Inutile dire che Firenze si preparava con tutti i mezzi a sua disposizione ad eliminare, una volta per tutte quella che per lei era una spina nel fianco voluta dall’Imperatore Enrico VI. Il quale morì durante una caccia in Sicilia. Era il 27 settembre 1197 una data che segnerà per molti tempo la fine delle aspirazioni ad un impero universale. Soltanto pochi mesi dopo saliva al soglio pontificio Innocenzo III, un papa che avrebbe rilanciato il sogno di una società guidata dalla Chiesa.
Era la fine di un’epoca. E per Firenze era giunto il momento della resa dei conti con la sua odiata vicina. Ma, nonostante la sua superiorità militare ed economica, dovette combattere aspramente per molti anni, con tutti i mezzi dei quali disponeva. Giocò a suo favore anche l’indegno tradimento di Alberto degli Alberti che per una forte somma di denaro, vendette a Firenze i suoi diritti su Semifonte, città da lui voluta e della quale portava il titolo di conte. I Semifontesi avevano ormai la consapevolezza che la loro era una lotta mortale. E molti piccoli comuni sapevano che se non l’aiutavano, sarebbero finiti schiacciati dalla ormai inarrestabile potenza fiorentina.
Firenze tentò un assalto improvviso agli inizi del 1202, confidando nel tradimento di qualcuno dei difensori. Ma la città di Semifonte, difesa da ben cinquemila soldati, non si fece sorprendere e i traditori vennero fatti precipitare dalle mura. Ma niente poterono, alla fine, all’assedio delle truppe nemiche. Fu una guerra terribile, finché, ridotti alla fame e alla disperazione, abbandonati da tutti gli alleati di un tempo, i Semifontesi dovettero arrendersi. Probabilmente, nel corso della trattativa, essi vennero ingannati dai mediatori e le decisioni dei vincitori vennero conosciute solo un poco alla volta. Soltanto alla fine, dopo aver già provveduto a demolire parte delle mura e delle torri, i cittadini appresero quale fosse il loro destino. I Semifontesi dovevano distruggere completamente la loro città e non sarebbe mai stato più possibile costruire alcunché in cima al colle. Nemmeno il ricordo doveva restare della loro gloriosa città. Gli abitanti, se lo volevano, potevano stabilirsi nel piano, ma ciò avrebbe significato dissodare un terreno devastato da anni di guerra. Molti Semifontesi preferirono andare ad abitare nelle mura della città nemica, Firenze, oppure emigrare lontano. Sappiamo che diversi di loro cercarono fortuna in Sicilia, in Palestina. Ma sempre portando con sé l’orgoglio della loro patria perduta e dichiarandosi ancora, per molti anni, Semifontesi.
Nessuna traccia visibile è rimasta della città distrutta tranne qualche isolatissimo rudere nascosto dalla vegetazione o inglobato nelle rare case coloniche sparse sulla collina. Ancora oggi, chi percorre le strade polverose che si snodano nello splendido scenario delle colline della Valdelsa, fra Certaldo, Poggibonsi e Barberino Valdelsa, non ha la minima percezione della presenza di un antico insediamento.
Un solo edificio, perso fra i cipressi, sorse nel 1597, quasi quattro secoli dopo la distruzione, in deroga al divieto assoluto di costruire sulla collina. Si tratta di una elegante cappella a pianta ottagonale che riproduce fedelmente, in scala 1:8, la cupola brunelleschiana del Duomo di Firenze. Quasi una lapide eternamente eretta sulla città sepolta di Semifonte.
Ci troviamo nel comune di:
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