
Lo stesso Dante Alighieri non ebbe esitazione alcuna e, trovandosi nella necessità di descrivere l’imponenza degli "orribili giganti" che incontra nelle profondità infernali, non poté che paragonarli alla cerchia di mura che già a quell’epoca cingevano Monteriggioni "che di torri si corona". Mura che egli stesso aveva senz’altro potuto ammirare di persona e che dovettero rimanergli ben impresse nella memoria; se è autentica la tradizione che vuole che proprio qui il poeta ricevette la terribile notizia (era il gennaio dell’anno 1302) che il tribunale di Firenze lo aveva accusato ingiustamente di reati vergognosi e pesanti, invitandolo a presentarsi. Fu, come tutti sanno, l’inizio di un lungo e doloroso esilio che durò tutta la sua vita.
Forse questo aneddoto è falso, forse no. Altri centri della Toscana si vantano di essere stati lo scenario di quell’evento. Certo è che già nel ’300 la possente cinta di Monteriggioni godeva di una fama notevole. Ancora oggi, a chi percorre la moderna superstrada che collega Firenze con Siena, Monteriggioni appare in alto, all’improvviso, come un miraggio sospeso fra terra e cielo, con tutta l’imponenza delle sue quattordici torri che, assieme alla cortina muraria, cingono fermamente la collina. Una cinta a forma di cerchio un po’ schiacciato, lunga ben cinquecentosettanta metri e incredibilmente integra.

Un borgo fortificato costruito dai Senesi negli anni fra il 1213 e il 1219, a controllo della via Francigena e la via Cassia, ma soprattutto come baluardo contro la nemica di sempre, l’odiata Firenze. A nulla valsero le sante proteste dell’abate del vicino monastero di Abbadia Isola e del vescovo di Volterra, che erano i legittimi proprietari del poggio. La posta in gioco era molto più importante e i Senesi andarono diritti per la loro strada. In effetti, Monteriggioni doveva davvero rappresentare una spina nel fianco dei Fiorentini se questi ultimi, nel 1232, proposero addirittura di fare la pace in cambio della distruzione della fortificazione. Inutile dire che non se ne fece nulla e che gli anni che seguirono furono segnati da violenze, guerre, battaglie anche molto cruente come quella di Montaperti [...], talmente sanguinosa da "rendere l’Arbia colorata di rosso", come puntualmente annota Dante.
Da Monteriggioni alla piana di Montaperti, ad onor del vero, non corrono poi tanti chilometri. Eppure le mura di questo borgo fortificato svolsero sempre egregiamente, bisogna ammetterlo, il loro compito. Anche perché le difese di Monteriggioni erano state realizzate applicando con grande intelligenza le tecniche costruttive e militari del tempo. Le torri, anzitutto, sono aperte verso l’interno in maniera tale che il nemico, anche se le avesse conquistate, non sarebbe stato in grado di asseragliarvisi. In vetta poi, essei erano sormontate da strutture sporgenti in legno che permettevano di bombardare gli assedianti dall’alto. Un camminamento di ronda copriva tutte le mura ed era collegato alle torri da piccole porticine. Anche in questo caso, quindi, i nemici, seppur fossero riusciti a salire sugli spalti, si sarebbero trovati isolati. Gli accessi, poi, erano ridotti a due soltanto, in maniera di ridurre al minimo i punti deboli della struttura difensiva: la Porta Romea, o Franca, in direzione di Siena, e quella di San Giovanni verso Firenze, protetta da un ponte levatoio. La cinta muraria, infine era circondata da un profondo fossato riempito di carbone che poteva venire incendiato in caso di assalto.

Insomma, non sorprende affatto che Monteriggioni riuscisse a guadagnarsi nel tempo la fama di fortezza inespugnabile. Ed in effetti non venne mai conquistata con le armi. Non nel 1269, quando ospitò i Senesi in fuga dopo la battaglia di Colle contro i Fiorentini. Nemmeno durante gli assedi del 1391 e del 1478. E neppure nel 1526, di fronte ai cannoni di Clemente VII e di Firenze. Ma nulla poté di fronte al tradimento, quello perpetruato dal comandante della guarnigione, Giovannino Zeti, il quale consegnò la fortezza alle truppe imperiali, determinando così oltre che quello di Monteriggioni, che avrebbe dovuto proteggere, il crollo di tutto il sistema difensivo di Siena e la sua fine definitiva. E la fine della secolare Repubblica di Siena.
Passeggiare all’interno della grande e imponente cinta muraria, oggi, fa una strana impressione. Le torri immortalate da Dante, anche se sono state mozzate nel corso dei secoli, incutono ancora timore. L’unica strada che ancora collega le due uniche porte, si apre su un largo spiazzo sul quale si affacciano i non molti edifici in pietra che costituiscono il borgo e dietro quali si intravedono gli orti e i giardini che li collegano alle mura, poco più in là. Forse un tempo le case erano molto più fitte di quella stretta fascia di costruzioni. Chissà.

Proviamo ad entrare nella bella e raccolta pieve romanica intitolata a Santa Maria Assunta, con la sua semplicissima facciata. Qui, come dappertutto nel borgo, tutto è rimasto come allora, le pietre sono le stesse di secoli or sono. Ma abbiamo l’impressione che qualcosa non torni. E’ come se ci trovassimo nel bel mezzo di una splendida rappresentazione dove mancano gli attori. Che fine hanno fatto i cavalieri con le loro spade sguainate, gli arcieri sugli spalti che prendono di mira gli assalitori, gli addetti alle catapulte. E sulla piazza gli addetti alle vettovaglie, al munizionamento, i soldati intenti a gozzovigliare, e via di questo passo? Dappertutto è il vuoto, un vuoto che disarma, confonde. La sensazione di un’assenza che è direttamente proporzionale allo stato davvero eccezionale di conservazione di questo luogo. Che ci fa perdere la percezione esatta del tempo. Tanto che, se ci affacciamo ad una delle porte, dietro le distese dei vigneti che si infiammano di mille colori d’autunno, viene spontaneo rimanere immobili. Quasi in attesa di percepire, nella nebbia, ancora lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli degli assalitori che si avvicinano minacciosi. Ora come allora.
Ci troviamo nel comune di:
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